Associazione Fornitori Ospedalieri Regione Puglia

Sanità, i viaggi della speranza ci costano quanto due ospedali

 

(Gazzetta del Mezzogiorno – Massimiliano Scagliarini) – La Puglia spende ogni anno per l’assistenza sanitaria 1.841 euro a cittadino, ma di questi 42 euro a testa finiscono nelle casse di altre Regioni. Se sembra una cifra di poco conto, mettiamola così: il 2,35% del fondo sanitario pugliese finanzia la mobilità passiva.

 

Come dire che gli aumenti concessi ogni anno dallo Stato vengono sterilizzati per la necessità di rimborsare le cure effettuate fuori regione. Il dato emerge dal rapporto Oasi 2017 presentato ieri a Bari: una fotografia della sanità italiana che mette in evidenza i profondi squilibri strutturali.

Parliamo, rimanendo sulla mobilità pugliese, di circa 160-170 milioni di euro netti che equivalgono al costo di due grandi ospedali (o di 3.000 medici). E che ammontano più o meno a quanto la Toscana può sommare al suo finanziamento per effetto (positivo) della mobilità. Quello della mobilità è un saldo (differenza tra positivo e negativo): la Puglia ha una sua attrattività per le regioni vicine, ed infatti la spesa annua (al lordo del saldo positivo per i pazienti in entrata) supera i 200 milioni.

 

Un altro dato rilevato dal Cergas (il Centro ricerche specializzato dell’università Bocconi) è l’incidenza della sanità sul Pil, che per la Puglia vale circa il 10,62% del totale.

 

Ma il 40% della spesa totale è allocato in fattori di produzione esterni al sistema, cioè nella sanità privata: un dato più alto rispetto alle medie nazionali (sono nella stessa condizione, ad esempio, Lazio e Campania) anche per via della progressiva riduzione di offerta da parte della rete pubblica. Sul totale di 1.799 euro a testa all’anno (cioè 1.841 cui vanno tolti i 42 euro di mobilità), 385 euro vanno a finanziare il sistema privato (di cui 184 per i ricoveri in case di cura, Irccs e ospedali ecclesiastici): un quinto della spesa totale.

Il rapporto Oasi è però l’occasione per fare il punto anche sulle dinamiche del cambiamento organizzativo. Sul punto gli esperti del Cergas hanno fatto i complimenti alla Puglia: «È tra le Regioni che si muovono meglio, e resta un riferimento per tutto il Sud». Il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha invece parlato della necessità di mettere a punto «nuovi modelli assistenziali e una nuova centralità del territorio»: significa meno ricoveri e più cure di eccellenza in ospedale, per ridurre sia la spesa inappropriata che quella per la mobilità passiva.

 

«Prima il modello era orientato sull’assistenza ai malati acuti – ha spiegato Emiliano – ora, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, dobbiamo essere sempre più attenti verso le patologie croniche».

Emiliano ha anche annunciato l’imminente pubblicazione del regolamento regionale per i Pta, i Punti territoriali di assistenza, anche chiamati Case della salute.

 

Sull’argomento il rapporto Oasi (citando un lavoro firmato anche dal commissario straordinario dell’Aress, Giovanni Gorgoni) nota che più o meno tutte le Regioni stanno riorganizzando in questo modo l’assistenza sul territorio, ma che il Sud è ancora fermo: tuttavia in Puglia ci sono già le esperienze di Trani, Massafra, Conversano e Ceglie Messapica che rappresentano tentativi di riconversione degli ospedali dismessi.

 

 

Su cui, in alcuni casi – lo ha ricordato ieri Emiliano – c’è stato anche il tentativo di coinvolgere le comunità nella scelta dei servizi da offrire. Un nuovo modello, fa notare Gorgoni: «Andiamo verso una ospedalizzazione sempre più specialistica e complementare all’assistenza territoriale che sarà sempre più basata sui Pta e sul mix tra medici di famiglia, specialisti ambulatoriali e cure a domicilio del paziente».