Associazione Fornitori Ospedalieri Regione Puglia

Numero chiuso a medicina, il Miur rivede i quiz. Ecco come cambiano

 

Il test è visto come un ostacolo al diritto allo studio, e per la sanità come qualcosa di più, «pregiudica il Servizio sanitario a corto di medici.

 

«Cambiare il test senza modificare i criteri d’accesso è inutile». E’ la risposta prevalente tra gli studenti universitari dopo che il Ministero dell’Istruzione ha modificato la struttura dei quiz d’accesso al corso universitario di Medicina ed Odontoiatria, oltre che agli altri corsi a numero chiuso quali Architettura e Veterinaria e per le lauree delle professioni sanitarie.

Il test è visto come un ostacolo al diritto allo studio, e per la sanità come qualcosa di più, «pregiudica il Servizio sanitario a corto di medici. Oggi vengono richiamati nei reparti i pensionati perché non ci sono più medici», come afferma Camilla Guarino dell’Esecutivo di Link-Coordinamento Universitario, associazione nazionale di studenti universitari. Un decreto del MiUr a fine febbraio ha stabilito le nuove date dei test di ammissione (3 settembre Medicina ed Odontoiatria, 12/9 Medicina in Inglese, 11/9 per le professioni sanitarie) e ha sancito che le domande a Medicina restano 60 a risposta singola su cinque possibilità, da espletare in 100 minuti, 1,5 punti a risposta esatta e meno 0,4 a risposta errata, zero per le risposte non date. Ma soprattutto ha spostato dieci quiz di logica sulla cultura generale che adesso è materia di riferimento per 12 domande e non più due, mentre la logica scende da 20 a 10, fermo restando il peso degli altri ambiti (biologia 18 quiz, chimica 12, fisica e matematica 8).

In ogni caso, la selezione è rimasta. Non solo: il sistema di selezione fa proseliti nelle singole università per l’accesso a tutti i tipi di corsi, in genere i più “gettonati”: per molti, non c’è una legge Zecchino che lo imponga a livello nazionale, ma c’è la discrezionalità dell’ateneo.

All’Alma Mater di Bologna e all’Università di Padova, rispettivamente su 214 e 176 corsi, quelli con test d’accesso sono in pratica la metà, all’Università di Calabria tutti. Ma per tornare al numero programmato nazionale, il “no” degli studenti è ancora più forte a fronte della sopravvivenza del test. «Poco cambia se cresce il peso dei quiz di cultura generale e scende quello dei quiz di logica: si agisce sui criteri della selezione mentre si dovrebbe mettere in discussione l’esistenza della selezione stessa, per il bene del Ssn».

 

 

Per la verità ci sono state aperture collaterali. Oltre a un aumento del 20% dei posti, si parla di un nuovo test psico-attitudinale per premiare vocazione e motivazione del candidato.

E la conferenza dei rettori in una nota del 20 febbraio si è resa disponibile ad organizzare i corsi di preparazione al test d’ingresso. «Il test psico-attitudinale è sperimentato come modalità alternativa di ingresso al corso di laurea a Ferrara, dove c’è un’apertura sul numero programmato», ricorda Guarino. «Qui si dà un punteggio alla vocazione e alla motivazione, e qualche perplessità persiste. Tra l’altro, chi affronta i costi della preparazione al test e lo stress (viene subito dopo la maturità) è chiaramente motivato!

Quanto alla presa in carico dei corsi da parte degli atenei, se si concretizzasse e consentisse di contenere i costi dell’attuale preparazione “privatistica”, spesso ingenti, sarà certo positiva». Tra le voci che il neo-diplomato si sobbarca oggi ci sono l’iscrizione al test che varia da un ateneo all’altro ed è in media di 50 euro ma si arriva anche a 100; i testi che arrivano a 100 euro come massimo; l’eventuale corso di preparazione che, girando per il web, si “quota” intorno a mille euro. Sull’aumento dei posti chiesto ora da Governo e Regioni, «è positivo ma è una misura tampone temporanea che conferma un trend in atto da anni, e risponde alla carenza di medici divenuta ormai emergenza nazionale. Secondo noi, per rimuovere i problemi di organico nella sanità pubblica occorre mettere in discussione la legge Zecchino vecchia di 20 anni».

 

 

Secondo l’Ordine dei Medici, gli ospedali tornerebbero ad avere medici se si riassorbissero nel Ssn i circa 10 mila esclusi da specialità e corso di medicina generale più i medici stranieri. «Come Link ci siamo spesi per la questione dei giovani medici intrappolati nell'”imbuto formativo”, è essenziale riassorbirli.

Ma anche ottemperando a queste giuste osservazioni, senza una riserva di nuovi laureati non si arriverebbe a ripristinare il turn over di uno a uno che serve alla sanità italiana per restare quella che era. Inoltre – riflette Guarino – la Medicina non può essere fatta di soli specialisti. Specie adesso, c’è necessità di medici operativi, sul campo».