Associazione Fornitori Ospedalieri Regione Puglia

Il Fascicolo sanitario elettronico è conosciuto solo dal 38% dei cittadini

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Sgarbossa (Mip): Il Fascicolo sanitario elettronico è conosciuto solo dal 38% dei cittadini.

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La pandemia è stato un acceleratore per l’uso delle nuove tecnologie in sanità. Ora serve lavorare su cultura, conoscenza e formazione

(Panorama Sanità) – Connettività ed entrata della sanità nell’era digitale sono i temi al centro della sessione plenaria di ieri, la seconda del XIV Congresso nazionale della Società italiana di health technology assessment (Sihta), in programma fino al 29 ottobre. La sessione, dal titolo “Il 5G ci farà bene?”, è stata moderata da Giandomenico Nollo, Vicepresidente Sihta, e da Elisabetta Graps del Direttivo Sihta. A descrivere come si stia evolvendo il panorama in Italia è Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano. Ad oggi tutte le Regioni hanno attivato il Fascicolo sanitario elettronico ma l’Osservatorio rileva che i Fascicoli non sono alimentati dalle aziende sanitarie. “In 8 regioni – afferma – la percentuale di aziende che alimentano il Fascicolo è quasi nulla. La conoscenza da parte dei cittadini è passata dal 21% (2019) al 38% (2021). L’utilizzo è passato dal 6% (2019) al 12% (2021).

 

La barriera principale è la mancata conoscenza del fascicolo”. Riguardo alla telemedicina, durante la pandemia il dato sull’uso degli strumenti è aumentato mentre, come rileva l’Osservatorio, l’interesse da parte dei pazienti è molto elevato. “Per sviluppare il modello della Connected Care – osserva Sgarbossa-, occorre lavorare su alcuni elementi chiave: aumentare la cultura digitale di tutti gli “utenti” della Sanità digitale; sviluppare le competenze digitali degli operatori sanitari e dei cittadini e pazienti; rafforzare la governance delle iniziative di Sanità digitale per superare la frammentazione sul territorio; utilizzare in modo appropriato le risorse del Pnrr per far evolvere processi, competenze e modelli di cura; valutare e misurare i risultati conseguiti attraverso la trasformazione digitale della Sanità per informare e guidare le scelte dei policy-maker e dei diversi professionisti”.

Della direzione da prendere affinché non si segua la moda del momento o non si pensi che la tecnologia possa essere sostitutiva parla Giovanni Gorgoni, Direttore Generale Aress Puglia. “Abbiamo inseguito – osserva – l’integrazione assistenziale a lungo e con modeste fortune; ora la tecnologia digitale ci dà la possibilità di realizzarla davvero ma a condizione di usarla come abilitatrice di processi del tutto inediti e più vicini possibile dove si svolge la vita quotidiana dei pazienti”.

Sulla necessità di promuovere una maggiore conoscenza delle terapie digitali fra gli addetti ai lavori, ma anche una maggiore collaborazione fra i produttori di tecnologie, i pazienti e i sanitari, si concentra Eugenio Santoro, Responsabile Laboratorio Informatica Medica del Mario Negri. “Le terapie digitali promettono di essere la nuova Big Thing della digital health. Perché anche in Italia si possano affermare, è importante comprenderne il significato e distinguerle dagli altri strumenti della digital health e della digital medicine, comprendere che necessitano di prove di efficacia solide, essere disposti a finanziare e condurre studi clinici randomizzati confermatori per ottenerle, e creare le condizioni (dal punto di vista regolatorio) perché possano essere gestite. Evidence Based Medicine e Health Technology Assessment possono aiutare nel processo di validazione delle terapie digitali”.

I moderatori Elisabetta Graps e Giandomenico Nollo concludono i lavori ribadendo l’importanza della esatta definizione dei nomi da cui discendono ruoli e funzioni, ringraziando i relatori per aver aiutato a chiarire il significato reale delle parole che usiamo, spesso in libertà, come  Connected care che non significa reti informatiche o antenne per il 5G. “Connected care – sottolineano – significa trasformazione del modello organizzativo per nuove opportunità di cura, in cui la tecnologia è lo strumento che abilita questo cambiamento.

 

Ma oltre alla luce vi sono ombre come il digital divide, l’accesso ai dati, la mancanza di cultura condivisa e soprattutto una carenza di valutazione HTA, ovvero di valutazione a 360 gradi dell’impatto della tecnologia sulla salute dei cittadini e in generale sul sistema. Il workshop di oggi ha posto le basi per un uso appropriato di queste tecnologie, che abbiamo imparato sono già dentro casa nostra e che saranno ancora più centrali grazie all’accelerazione che potrà dare il Pnrr”.

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