Associazione Fornitori Ospedalieri Regione Puglia

Al via gli Stati Generali della Professione medica, tra un anno la Magna Carta

 

Anelli (Fnomceo): «Noi medici del cittadino, artefici della democrazia e custodi dei diritti».

 

Al centro del discorso di apertura, la libertà e l’indipendenza del medico, il suo ruolo sociale, il legame forte con il cittadino. Ma anche le criticità di un Ssn che, tra i migliori al mondo, è oggi soffocato dall’aziendalismo, dal regionalismo differenziato, dalla preoccupante recrudescenza di fenomeni razzisti.
«Noi siamo i medici del cittadino e non i medici dello Stato.

 

E siamo i professionisti che rendono possibile la piena realizzazione della democrazia in uno stato fondato sui diritti.

 

È pertanto non solo sulle competenze, ma soprattutto sul ruolo di garante dei diritti dell’individuo che dobbiamo rifondare l’autorevolezza del medico, da più parti invocata.

 

È questa la sfida che dobbiamo cogliere con gli Stati Generali, quale luogo dove provare a tracciare nuovi percorsi e condividere nuove soluzioni».

 

È questo uno dei passaggi cardine del discorso con cui, questo pomeriggio, il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha dato ufficialmente il via agli Stati Generali della professione medica, l’ambizioso percorso – lungo un anno e mezzo e trasversale a tutta la società civile – che, nelle intenzioni dei promotori, porterà alla ri-definizione del ruolo del medico, della scienza medica, della medicina e della professione.

 

Un percorso che parte dalle “Cento tesi” messe a disposizione dal filosofo della Medicina Ivan Cavicchi e che condurrà a scrivere, tutti insieme e in maniera condivisa, la Magna Carta della professione stessa, che avrà il difficile e delicato compito di coniugarne i valori fondanti con i diritti e i bisogni dei cittadini, in un contesto sociale e civile sempre più articolato e complesso. E proprio il rispetto e la garanzia dei diritti, dei medici e dei cittadini, è stato il filo conduttore della giornata.

 

Una giornata che si è aperta con le parole di Carlo Rosselli, antifascista condannato all’esilio, sul significato e sulle possibilità di espressione della libertà, e che è proseguita, prima della riunione operativa dei cinque tavoli di Lavoro che, domani, partoriranno altrettanti Documenti sui “Cambiamenti e la crisi della Professione”, con la proiezione del corto “Apolide”, del regista Alessandro Zizzo.

 

Tratto da una storia vera, il film racconta la doppia battaglia di Dabo, un giovane della Guinea, laureato in Scienze politiche, che si trova ad affrontare prima la traversata verso l’Europa e poi la lotta contro il cancro.

 

Una diagnosi a cui sono seguite le terapie del reparto di oncologia clinica polmonare del Giovanni Paolo II di Bari che – in particolare tramite l’amicizia nata con il medico Domenico Galetta – ha in qualche modo “adottato” il ragazzo venuto dal mare. Oggi Dabo, che ha potuto essere curato a carico del nostro Servizio sanitario nazionale, è mediatore culturale in Sicilia e sogna di tornare in Guinea.

 

«Questa storia- ha spiegato Anelli – rappresenta l’incarnazione dei valori del nostro Codice di Deontologia, che impone al medico di accogliere e curare chiunque chieda il suo aiuto, senza distinzioni di sesso, razza, provenienza, cultura, religione.

 

Esprime anche i fondamenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, che è nato con l’intento di erogare a tutti le stesse cure, secondo i principi di solidarietà, equità e universalità. Questa storia esprime, infine, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, su cui fondare il nostro vivere comune, al di là di ogni individuale differenza».

 

Una giornata, quella di oggi, che non ha risparmiato argomenti ‘scomodi’, che comportano prese di coscienza dolorose e assunzioni forti di responsabilità, insieme all’individuazione, imparziale e a tratti impietosa, delle criticità che affliggono la professione e il Servizio sanitario nazionale.

 

Si è parlato di razzismo, discriminazione nei confronti degli immigrati, nuovo fronte sul quale i medici non possono voltarsi dall’altra parte, ma devono essere impegnati.

 

«La salute e il benessere dei migranti devono necessariamente procedere di pari passo con la salute e il benessere della comunità ospitante – ha ammonito Anelli -.

 

La cultura dell’accoglienza non è un fatto ideologico, ma una questione deontologica, oltreché di sanità pubblica.

 

Promuoverla, anche attraverso la formazione, ci permette di garantire a tutti quel diritto alla salute che, ricordiamolo, non è un diritto di cittadinanza, ma diritto di umanità, che ci spetta in quanto persone».

 

Si è parlato di regionalismo differenziato, che, se condotto senza un congruo sistema di contrappesi, può mettere a rischio la tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale quale sistema che coniuga la sua dimensione universalistica con quella solidaristica, per garantire l’equità nell’accesso alle cure a tutti i cittadini e il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul suolo italiano.

 

«Queste peculiarità del Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute ora rischiano di esser compromesse da una proposta che vorrebbe trasformare la legittima esigenza di autonomia in un processo che vede l’attribuzione della potestà legislativa esclusiva in materia di sanità ad ogni singola Regione.

 

Proposta che rischia di creare modelli di assistenza differenti tra regione e regione e di approfondire il solco e le disuguaglianze tra le diverse zone del Paese – ha affermato il presidente Fnomceo – Non è questa la migliore opzione, non si deve innescare una contrapposizione tra nord e sud del paese quanto piuttosto trovare soluzioni, anche con finanziamenti dedicati che abbiano come obiettivo l’omogeneità delle prestazioni e dei servizi assicurati ai cittadini».

 

È dunque tornata, nelle parole di Anelli, l’idea di un “Piano Marshall” per il servizio sanitario, che recuperi il gap storico, strutturale e organizzativo del sud attraverso finanziamenti ad hoc, senza quindi penalizzare le regioni virtuose del nord e senza innescare una contrapposizione nord/sud che non giova all’insieme del Paese.

 

Si è parlato, infine, di suicidio assistito. «Considero il dialogo sul suicidio assistito utile e necessario – ha premesso Anelli – Credo che debba essere scevro da pregiudiziali ideologiche o politiche, e animato solo da sensibilità intellettuale e disponibilità a comprendere sino in fondo le ragioni di determinate scelte.

 

Ma anche dalla volontà di valutare le possibili conseguenze del cambiamento del paradigma – quello che vede la malattia come il male e la morte come il nemico da sconfiggere – che sinora ha caratterizzato l’esercizio della professione medica».

 

«Apriamo allora il dibattito, anche sul delicato tema del suicidio assistito – ha proseguito – Salvaguardiamo, tuttavia, sempre la libertà e il principio del primato della coscienza che deve essere garantito a tutti i cittadini, medici compresi, anche attraverso la possibilità di una obiezione di coscienza».

 

«Il medico – ha del resto ricordato Anelli – rappresenta nella nostra società colui che, attraverso l’empatia e il rapporto umano e di fiducia che lo lega al paziente, riesce a garantire i diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale: il diritto alla salute e il diritto all’autodeterminazione. Garantire tutto ciò senza sovvertire l’assetto valoriale dell’essere medico è la sfida che coinvolge oggi non solo la professione medica, ma tutte le professioni sanitarie e la società civile».